venerdì 15 aprile 2011

Settembre 1944: ATTACCO ALLA CANAVESANA



Sessanta anni fa, il 9 settembre 1944, avveniva la più efferata strage di civili compiuta durante la seconda guerra mondiale in Canavese: il mitragliamento a Bosconero di un treno della Canavesana carico di civili,
I morti furono decine, un conto esatto non venne mai effettuato. Un attacco vile, un gravissimo fatto di sangue che non trova giustificazione se non nella perversa logica di crudeltà che genera la guerra.
Negli anni successivi al conflitto, nonostante la sua gravità e l’alto costo di vite umane si stese, su questo episodio, un velo di silenzio cercando di rimuoverlo dalla memoria collettiva; non vi sono lapidi o cippi che ne ricordino la memoria, forse perché quei morti non appartenevano a nessuno. Anche gli autori della tragica incursione aerea furono in qualche modo protetti lasciando filtrare i dubbi sulla nazionalità degli aerei, mentre fu subito chiaro a chi appartenevano.
Se la storia ufficiale sembra aver dimenticato, così non è stato per gli ancora numerosi testimoni diretti e indiretti del fatto, soprattutto per quelli che ancora oggi portano sul loro corpo i segni delle ferite, che non sono nulla in confronto con quelli incisi nell’animo.
Attraverso i loro racconti si può ricostruire quella triste giornata che gettò nel lutto e nella disperazione numerose famiglie e cambiò la vita a numerosi sopravvissuti, come a Celso Mattioda di S.Anna Boschi, che all’epoca ragazzino in quello stesso giorno passò dalla gioia di un desiderato viaggio in treno alla disperazione per la sua condizione di orfano, causata dalla perdita della madre, suo unico sostegno. Questa è la sua storia.

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L’estate del 1944 fu un’estate calda per il Canavese e non solo dal punto di vista meteorologico. Svaniti i sogni di una guerra breve e vittoriosa, dissolto il nostro esercito, gli anglo-americani erano sbarcati sul nostro territorio e raggiunta la Toscana si preparavano ad ulteriori avanzate.
La guerra aveva preso vigore e si combatteva sul suolo italiano. I paesi canavesani erano sottoposti alla feroce occupazione tedesca.
In montagna il movimento partigiano era attivo e migliorava la sua organizzazione, compiendo azioni di guerriglia anche in pianura. Le sparatorie con morti e feriti erano all’ordine del giorno così come le rappresaglie nazi-fasciste.

Celso Mattioda era all’epoca un ragazzino di 12 anni, viveva a S Anna Boschi, una frazione di Castellamonte, adagiata sulle colline della Valle Sacra, con la mamma Teresa Maddio rimasta prematuramente vedova.
Nonostante la sua condizione di orfano di padre lo obbligasse ad aiutare in tutti i modi la sua mamma, Celso era un ragazzo studioso e la mamma, anche per esaudire uno degli ultimi desideri di suo padre, che voleva studiasse, lo aveva iscritto alla scuola media gestita dalle suore Giuseppine allora sfollate causa i bombardamenti a S.Anna, poco lontano da casa sua.
Rosso di capelli e pieno di lentiggini, aveva un carattere vivace e sovente veniva messo alla porta dalle sue insegnanti nonostante fosse tra i primi della classe.
Maturato dalla vita prima del tempo, aveva una grande energia e voglia di vivere che causava spesso delle gravi preoccupazione alla mamma, che riponeva in lui tutte le speranze della sua vita.
Come un anno prima, quando in occasione dell’armistizio, essendosi diffusa la speranza che la guerra fosse finita i giovani del luogo organizzarono dei balli nelle piazze e nelle cascine per festeggiare l’avvenimento e Celso si aggregò ad una di queste compagnie. Alle quattro di notte, non vedendolo rientrare, la mamma svegliò una vicina e assieme lo rintracciarono.
Quando furono a casa le botte gli fecero dimenticare presto la festa.
Le preoccupazioni della madre erano giustificate anche dal fatto che invece della pace la situazione peggiorò: i tedeschi, i partigiani, la guerra civile….e Celso che si avvicinava ad un’età che prima o poi rischiava di coinvolgerlo.
Dopo quattro anni di guerra la popolazione civile era allo stremo e i generi alimentari scarseggiavano. Riuscire a nutrirsi con 2 etti di pane razionato al giorno diventava un problema anche per loro che in qualche modo, grazie a un pezzetto di terra e qualche animale erano riusciti a sopravvivere forse meglio dei cittadini.
Mancavano i cereali, che in virtù della loro buona conservazione erano un alimento indispensabile per superare i mesi invernali.
Teresa questo lo sapeva bene e in previsione dell’inverno aveva già messo da parte in solaio un pò di meliga e grano.
In quei giorni di settembre ‘44 si sparse la voce che, nelle cascine di Volpiano si poteva trovare, “alla borsa nera”, del grano in abbondanza. Valutata l’entità della sua provvista e fatti due conti, Teresa da donna previdente, decise che qualche decina di Kg in più sarebbero stati veramente utili per affrontare con una certa tranquillità l’inverno.
Pensò subito a Celso e decise che l’avrebbe portato con se, di lasciarlo a casa non se lo sentiva e poi pensò che sarebbe stato utile per il trasporto del grano.
Quando alla sera glielo comunicò il ragazzo fece salti di gioia: era da tempo che desiderava salire sulla sbuffante vaporiera della canavesana e così il giorno dopo, 9 settembre 1944, di buonora si misero in cammino e raggiunsero la stazione di Castellamonte.
Il treno era pronto sul binario, sulla banchina e sotto la tettoia molte erano le persone in attesa della partenza. A quell’epoca le vecchie vaporiere della linea canavesana, nonostante la scarsità di carbone, carenze di carrozze e frequenti interruzioni della linea, facevano del loro meglio per garantire un minimo di servizio. Viaggiare era pericoloso, ma per molti studenti, lavoratori e sfollati era una necessità.
Celso guardò con interesse il personale della ferrovia che completava i preparativi per la partenza : i manovratori avevano già regolato gli scambi nella direzione giusta, il fuochista gettava palate di carbone nella caldaia che a lui sembrò un’enorme bocca infuocata, mentre il macchinista saliva e scendeva continuamente dalla vaporiera controllando i meccanismi e il manometro che riportava la pressione della caldaia.
Rimase estasiato a guardare la nera vaporiera che rilasciava folate di fumo dal lungo fumaiolo e ad ascoltare il suo ritmico ansimare, fino a che la madre lo strattono dicendogli che era ora di salire.
I corrieri e fattorini caricarono gli ultimi pacchi nel l’apposito vagone assieme al sacco della posta e dal suo sgabuzzino uscì il capostazione il quale, alzata la paletta con il segnale verde, emise l’atteso fischio della partenza.
Celso con la testa fuori dal finestrino osservò la locomotiva che al segnale di partenza rilasciò una nuvola di vapore e cominciò a muoversi. Finalmente viaggiava su di un treno!
Il percorso da Castellamonte a Volpiano gli parve più breve di quanto avesse immaginato; avrebbe ancora viaggiato volentieri tante erano le cose da osservare ma non doveva dimenticarsi che stava effettuando quel viaggio non per piacere ma per aiutare sua madre nella ricerca del grano.
La mattinata la trascorsero a peregrinare da una cascina all’altra alla ricerca di qualche cosa da comprare, ma non era semplice erano in molti a cercare le stesse cose e la risposta era sempre che non ne avevano o avevano già venduto. Molte erano le persone giunte per lo stesso scopo e diverse provenivano da Castellamonte.
Dopo ore di ricerca finalmente Celso e sua madre trovarono da acquistare un mezzo sacco di granoturco e caricatolo sulle spalle si diressero verso la stazione per fare ritorno a casa.
Quando giunsero alla stazione di Volpiano la trovarono particolarmente gremita.
Molte erano le persone che portavano con loro ogni tipo di bagagli, grandi borse, pacchi, sacchi, valige di cartone rinforzate da robusti spaghi. Un’umanità silenziosa e riservata che viaggiava non per piacere, ma perché costretta dalla contingenza della guerra a raggiungere le famiglie che i bombardamenti su Torino avevano disperso sul territorio o altri come Celso e sua madre scesi al piano per trovare un po di grano o per fare provviste di cibo e prodotti che non si trovavano altrove.
Erano tempi duri quelli del 1944 e il problema del cibo era la preoccupazione maggiore, insieme a quella di sopravvivere a quella maledetta guerra che non finiva mai e che ogni giorno si faceva più cruenta e sanguinosa.
Celso quel pomeriggio non pensava a queste cose, nell’irrequietezza dei suoi dodici anni viveva con eccitazione quella giornata che l’aveva portato così lontano da casa sua, dalle sue colline dove era sempre vissuto, e dai suoi amici ai quali, al ritorno, avrebbe avuto tante cose da raccontare.
Attese con impazienza il treno, il suo sguardo era laggiù, al fondo del lungo rettilineo di binari che sembravano unirsi e sfumare in una nebbiolina tremolante per il calore.
Non attese a lungo, una riga di fumo andava ingrandendosi sempre più, il treno si stava lentamente avvicinando.
La sua comparsa al fondo del rettilineo aveva creato nella stazione un grande eccitamento, persone che si chiamavano, mamme che raccomandavano ai bimbi di stare discosti dai binari e tutti che premevano verso la banchina preoccupati dell’eventualità di non poter salire.
Oltre al fumo si distingueva già chiaramente la sagoma della locomotiva, così caratteristica con i suoi due grossi oblò laterali che sembravano occhi e il lungo fumaiolo che faceva somigliare la nostra vaporiera canavesana a uno di quei treni umanizzati dei cartoni disneyani.
Celso non si perse un attimo dell’arrivo del treno e quasi non sentì la madre che gli raccomandava di essere svelto a salire perché la calca era veramente tanta.
Erano le 15.30 quando tra lo stridore dei freni e una nuvola di vapore il treno si arrestò.
La madre riuscì a salire sul primo vagone fermandosi sul terrazzino all’aperto posto all’estremità del vagone dove Celso con fatica le issò il sacco di granoturco.
Durante questa operazione la gente era salita e aveva occupato tutto il vagone, così a Celso non restò che cercare di salire nei vagoni che seguivano, mentre la madre rimase sul terrazzino, sedendosi sopra il sacco.
Con difficoltà ci riuscì e sgattaiolando in mezzo alla gente, potè guadagnarsi una posizione vicino al finestrino per godere meglio il viaggio di ritorno.
Sullo stesso treno era salita anche Alida Mattioda ,una bella ragazza sui vent’anni dello stesso paese di Celso, che si trovava a Volpiano con la cognata, la mamma e la zia. Nella confusione della partenza i parenti non erano riusciti a salire e si erano rassegnati a prendere il treno successivo.
Alida non riuscendo a trovare posto sugli stipatissimi sedili di legno rimase in piedi nel corridoio centrale.
Dopo un paio di laceranti fischi il treno si mise in movimento come per sfuggire all’assedio della folla che ancora cercava di salire e in pochi minuti lasciò la stazione di Volpiano.
Sul treno tornò la calma e il viaggio, proseguì tranquillo ritmato dallo sferragliare delle ruote sulle rotaie. Ogni tanto una folata di fumo entrava nello scompartimento attraverso i finestrini aperti, diffondendo ovunque l’acro odore del carbone.
Passata la stazione di S.Benigno arrivò quella di Bosconero. Si fermò pochi minuti poi ripartì.
Celso guardava la dolce campagna canavesana che gli sfilava davanti agli occhi, quando improvvisamente un rumore assordante e breve coprì quello del treno e davanti ai suoi occhi passò come una meteora la sagoma di un aereo.
Cercò di seguirlo con lo sguardo, ma come era apparso altrettanto velocemente scomparve dal suo campo visivo. Rimase a bocca aperta, la sorpresa lo paralizzò, mai avrebbe immaginato di vedere un aereo in volo così vicino. Nella sua mente fissò come in un fermo immagine quell’evento straordinario e riandò con la memoria a quell’attimo, cercando di coglierne i particolari, ma tutto fu così rapido che colse solo il colore chiaro, lucente ai raggi ormai obliqui del sole.
Nello scompartimento, il normale chiacchiericcio cessò. Superata la sorpresa generale, una voce gridò di stare lontano dai finestrini perché poteva essere pericoloso. Celso non capì subito le ragioni del pericolo e non si mosse, d’altra parte era quasi impossibile farlo, visto che il vagone era pieno di gente. Passò un tempo indefinibile, qualche decina di secondi, forse un paio di minuti trascorsi in un silenzio irreale. Molti avevano intuito, ma speravano di sbagliarsi , speravano che quegli aerei fossero amici e che comunque fossero già lontani alla ricerca di qualche obbiettivo militare, in fondo loro viaggiavano su un treno civile e per giunta secondario, così rimasero in silenzio, ma con l’udito teso a cogliere il caratteristico rumore di aerei in avvicinamento. Ma non ebbero il tempo, una gragnuola di colpi si abbattè sul vagone, i finestrini parvero esplodere e il soffitto si ricoprì di buchi che scaricavano schegge metalliche e scaglie di infissi che andavano a conficcarsi nelle carni dei passeggeri, ricoprendoli di sangue. Il treno frenò immediatamente per dare modo ai passeggeri di scendere e fuggire, chi potè farlo si buttò giù correndo nei prati alla ricerca di un riparo, molti feriti non ne ebbero la forza e rimasero ad urlare nello scompartimento insieme a quelli che ormai non riuscivano nemmeno più a emettere un gemito.
Celso rimase miracolosamente illeso e si ritrovò a correre per i prati , via, il più lontano possibile da quel treno maledetto. Gli aerei ritornarono ancora una, due volte scaricando le loro mitragliatrici caricate con proiettili a frammentazione che nell’impatto diffondevano micidiali schegge, sul treno e sulle persone che fuggivano.
Il treno aveva percorso poche centinaia di metri dalla stazione di Bosconero e la gente del posto aveva assistito impotente al massacro.
“A l’han mitraglià al treno”: la voce si sparse immediatamente nel paese e corsero alla stazione a cercare di prestare soccorso ai feriti.
I prati vicino al treno erano disseminati di persone ferite, ma anche di corpi orrendamente sfigurati chi era incolume vagava senza una meta, inebetito dalla paura.
Il parroco di Bosconero fu tra i primi ad accorrere, confortando i feriti e impartendo la benedizione ai morti.
Una giovane donna, la cui schiena era stata completamente svuotata, reggeva ancora sul braccio il velo, probabilmente appena ritirato da una sarta torinese, che di lì a pochi giorni avrebbe dovuto indossare per sposarsi.
Celso come si riprese dagli attimi di terrore cercò subito sua madre e si diresse verso il treno quando si senti afferrare per un braccio. Era Alida che lo riconobbe e lo fermò. - Vieni con me- gli disse,- andiamo verso la stazione, forse tua madre si è diretta là .—
Alida sapeva che non era vero, perché aveva visto poco prima la madre di Celso, seduta sul sacco di grano con la testa reclinata e una profonda ferita mortale e volle evitare al ragazzo la triste scena.
Anche lei era ferita al collo, anche se in modo superficiale: pochi millimetri e avrebbe fatto la stessa fine della donna, ma in quel momento non pensava a questo. Si era strappata un lembo della camicetta e legandoselo attorno al collo tamponò la ferita.
Riuscì a trascinare via il ragazzo anche se lui continuava a chiamare la madre credendo di riconoscerla tra le persone che girovagavano sperdute attorno al treno.
Giunti alla stazione, pregò il capostazione di avvertire la mamma rimasta a Volpiano che lei era viva e si avviarono nel centro di Bosconero, dove successivamente un camion li trasportò a Castellamonte in ospedale.
Si chiudeva così drammaticamente quella giornata che per Celso era iniziata con gioia e spensieratezza.
Il destino crudele la trasformò in tragedia, privandolo dell’affetto e della guida di sua madre, ma Celso non si arrese agli ostacoli che la vita gli parò dinanzi, finì la scuola e con l’aiuto degli anziani nonni condusse una vita dignitosa ed onesta. Oggi si gode la meritata pensione circondato dall’affetto dei suoi cari, ma il ricordo di quella tragica giornata di settembre rimarrà per sempre nel suo cuore.
Il mitragliamento del treno della canavesana che aveva colpito pesantemente due dei vagoni di testa risparmiò il locomotore, così i morti e i feriti furono caricati sul treno e il macchinista benchè ferito ad una gamba condusse il treno sino a Rivarolo, dove nel frattempo si erano organizzati i soccorsi.
Scaricati un po’ di feriti, gli altri furono inviati assieme alle salme dei caduti alla stazione di Castellamonte. Qui i feriti vennero trasportati all’ospedale utilizzando ogni mezzo compresi i carretti che servivano abitualmente per i pacchi e la posta.
I morti giunti a Castellamonte furono 17 e vennero allineati nella cappella del cimitero, i feriti 37 di cui 13 gravi. Il totale dei morti non si conobbe mai esattamente, anche perché molti dei feriti ricoverati in diversi ospedali morirono nei giorni seguenti.
Nella notte i vagoni colpiti vennero lavati con gli idranti e rattoppati alla meglio ripresero a viaggiare. C’era la guerra e altri vagoni disponibili non cen’erano più.
Il fatto di Bosconero fu ovviamente sfruttato dalla propaganda fascista.
Nei giorni seguenti fu distribuito in Canavese un volantino intitolato “Banditi dell’aria” nel quale si poneva l’accento sulla crudeltà e viltà degli anglo-americani che proditoriamente attaccavano obbiettivi civili, accusando di corresponsabilità anche il movimento partigiano che vedeva in essi dei liberatori.
Da parte sua la Resistenza avallò la poco credibile ipotesi, che gli aerei contrassegnati dagli emblemi dell’aviazione americana fossero una provocazione nazifascista fatta per gettare discredito sulle forze alleate.
Posizione comprensibile in quel particolare momento, ma per verità storica dobbiamo dire che fatti del genere, compiuti dall’aviazione anglo-americana, furono frequenti e ben documentati in quel periodo.
Abbiamo sentito il parere di Roger Jugler, appassionato esperto di aviazione militare, che grazie ai suoi studi e utilizzando i contatti con siti internet americani è riuscito a ricostruire e documentare il bombardamento di Pont Sant Martin in Valle d’Aosta avvenuto il 23 agosto 1944 che causò 130 morti, questo nella speranza di individuare la squadriglia e magari i nomi di chi effettuò l’attacco.

Scrive Jugler:
A partire dall’agosto 1944 le forze aeree americane attestate in centro Italia, effettuarono numerose incursioni nel nord ancora in mano alle forze nazifasciste
Il tipo di attacco subito dal treno della canavesana a Bosconero rientra nella classificazione che gli americani chiamavano “target of opportunity”(obbiettivi di oppurtunità,) definizione molto vaga, che consisteva nello sparare a tutto ciò che si presentava alla loro portata.
Furono attaccati treni, camion, autovetture , battelli (sul Lago Maggiore in un attacco perirono decine di persone) e persino contadini intenti ai lavori nei campi.
Il fine era quello di creare panico e scompiglio (oggi diremo terrorismo) nelle zone nemiche, per paralizzarne i trasporti e fiaccarne la resistenza.
La grande maggioranza delle missioni effettuate in nord Italia partiva dalle basi in Toscana (Grosseto - Livorno) oppure dalla Corsica. La tattica prevalente era di far partire 8 aerei che giunti sull’area interessata, nel nostro caso Torino, si dividevano a gruppi di due, i quali pattugliavano il territorio loro assegnato, seguendo il tracciato delle ferrovie o delle strade e attaccando quello che trovavano.
Al ritorno veniva steso un unico rapporto e questo rende difficile una precisa individuazione dei piloti. Alla data in questione ( 9 settembre 1944) un rapporto descrive tra l’altro, un’incursione su Torino e l’attacco a un treno, ma non specifica quale.
Solo a partire dal gennaio 1945 ogni aereo fu tenuto a redarre un singolo rapporto di missione.

Alla fine della guerra a nessuno venne, ovviamente, in mente di indagare su queste missioni, che lasciando ai piloti grandi margini di discrezionalità potevano anche aver compiuto degli abusi.
Il grande contributo dato dagli anglo-americani alla nostra ritrovata libertà non poteva e non può certo essere messo in discussione da questi pur gravi episodi, ma i morti del treno canavesano, come quelli di tanti altri episodi che oggi classificheremo come “danni collaterali” della guerra non vanno dimenticati, ma devono indurci a riflettere su come nelle guerre, quelle di ieri, ma ancor più in quelle di oggi, sono i civili a pagare il prezzo maggiore.
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Bibliografia: -Banditi dell’aria – Gianni Chiarenza Z.O. 1944

-Cinquan’anni fa – Comitato Cinquantenario Liberazione

Città di Castellamonte 1995

-Il prezzo della libertà. T.De Mayo V.Viano

- Gazzetta del popolo- 11.09.1944

- La Nostra storia.. R.Lucci - Comune Bosconero


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Caratteristiche tecniche del P 47-D Thunderbolt


Motore Pratt and Whitney 2300 hp a cilindi radiali

Velocità massima 690 Km/ora

Raggio di azione da 1600 a 3000 Km

Altitudine max 12.88 m

Dimensioni
Apertura alare 12 m 40 cm

lunghezza 11 m 03 cm

altezza 4 m 30 cm

peso vuoto 4583 Kg

pieno carico 8800 Kg



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