martedì 1 maggio 2012

1959 Ceresole Reale. Valanga su cantiere operaio

Nel lontano fine novembre del 1959, una vasta perturbazione aveva investito gran parte dell’Italia e il sud della Francia. Le mareggiate colpivano le coste e pioggia e vento sferzavano il Piemonte. Anche il Canavese ne era coinvolto e la pioggia fitta aveva incominciato ad ingrossare le rogge di pianura. L’Orco non destava però molte apprensioni, perchè su nell’alta valle dell’Orco cadeva la neve.

Oltre Rosone la pioggia si trasformava in candidi fiocchi e in paesaggio si copriva con il bianco manto invernale.
Su a Ceresole, i pochi residenti avevano accolto la neve con naturalezza senza particolari apprensioni. Era gente abituata ai disagi che essa avrebbe procurato, ed erano da tempo preparati: la legna era stata accatastata all’asciutto e a portata di mano, il cibo e le provviste per loro e per gli animali gli avrebbero assicurato molti giorni di autonomia, anche in caso di isolamento, quindi iniziava per loro un normale inverno come tutti gli altri.
Non così, invece, per un gruppo di uomini che lavoravano e vivevano su in alta valle, ad una quota di 2200 mt. posta sulle pendici delle Levanne e che da tempo stavano scavando una lunga galleria che avrebbe convogliato le acque della diga dei Serrù giù, sino in regione Mua, in riva al lago di Ceresole dove stava sorgendo la centrale elettrica.
Avevano scavato per tutto l’estate, ma il lavoro era ancora lungo e bisognava continuarlo anche durante l’inverno. Scavare nel ventre della montagna un cunicolo, con una larghezza di poco più di 3 metri e lungo più di un Kilometro, costringeva gli operai ad operare in un ambiente fortemente disagiato, che rendeva ancora più faticoso il lavoro. Vivevano in baracche di legno, poste all’interno di una pineta e a pochi minuti dall’ingresso della galleria. Una teleferica improvvisata portava, con i materiali necessari per il cantiere, anche il cibo e l’occorrente per la sopravvivenza. Un filo telefonico correva giù fino a Ceresole per collegare con il mondo, quegli uomini che per il progresso di tutti e per bisogni individuali, avevano accettato di trasformarsi in moderni eremiti.
Erano uomini che venivano da lontano, molti dalle regioni più povere del paese, come la Calabria, ma anche bresciani e bergamaschi. Parecchi di loro avevano una famiglia numerosa da mantenere e avevano accettato di buon grado questo esilio volontario tra le montagne canavesane, pur di poter mandare a casa i soldi necessari.
Ad organizzare il lavoro e dirigere gli operai, vi erano un gruppo di tecnici dell’impresa, che pur svolgendo un lavoro meno pesante, condividevano i disagi del luogo.

Paolo Ansaldi era uno di questi. diplomato geometra da qualche anno, era stato assunto dall’impresa Mattioda di Cuorgnè e aveva già fatto “la gavetta” nelle miniere di Cogne in Valle d’Aosta, dove si estraeva la magnetite.
In seguito l’impresa aveva aperto il cantiere sopra Ceresole e Paolo si trasferì sulle montagne canavesane che conosceva ed erano a lui famigliari, facendolo sentire più vicino a casa.
Essendo di Castellamonte, quindi non troppo lontano dal suo paese, Paolo quando riusciva ad accumulare qualche giorno di riposo, scendeva a valle e in “corriera” raggiungeva la sua famiglia. Così fece anche l’ultimo fine settimana di quel novembre e dopo qualche giorno passato con i genitori e amici, imbocco la strada del ritorno.
Intanto aveva iniziato a piovere e mentre l’utocorriera, che lo riportava a Caresole, saliva ansimando lungo i tornanti della valle dell’Orco, lui passava la mano sui vetri appannati e scrutava il cielo di colore grigio compatto, il quale non lasciava speranza di un imminente miglioramento.
Il pensiero andava al cantiere e agli uomini rimasti lassù, sicuramente già bloccati dalla neve e pensava che a raggiungerli sarebbe stato problematico.
Arrivato con difficoltà a Ceresole si avvio in regione Mua proprio al fondo del lago dove si trovava il campo base dell’impresa Mattioda. Lì lo informarono, che i lavori su alla galleria erano stati sospesi almeno fino alla fine della nevicata quindi Paolo si sistemò nel campo e passò la notte del lunedì.
Il giorno seguente, 1 dicembre , la neve non cessò un attimo e raggiunse le finestre delle abitazioni.
Su al cantiere gli operai erano nelle baracche: qualcuno sonnecchiava, altri parlavano, altri giocavano a carte usando le brande come tavolo da gioco, ma tutti in cuor loro pensavano alla vacanza di Natale che avrebbe permesso il loro rientro nei paesi di origine dove avrebbero riabbracciato le famiglie e gli amici.
Intanto la protratta inoperosità, cominciava ad innervosire quegli uomini pigiati in uno spazio ristretto e nell’acre odore del fumo della stufa e delle troppe sigarette fumate.

Nel corso di quel martedì 1 dicembre, l’apprensione cominciò ad aumentare perché la neve non cessava e si cominciavano a sentire gli inquietanti rumori delle slavine che cominciavano a cadere. Anche a Ceresole le valanghe e slavine avevano bloccato la strada e l’alta valle si avviava all’isolamento completo.
Arrivò la notte del martedì, il buio e la tormenta avvolgevano ogni cosa, le ultime luci del cantiere denominato “pozzo” si spegnevano: iniziava una lunga notte e per molti di quei lavoratori, sarebbe stata l’ultima.

Attorno alle 23, si sentì dapprima un fruscio, poi un sibilo e alberi che si spezzavano. In un attimo una gigantesca slavina piombò sul cantiere, una baracca con una trentina di uomini fu travolta. Dopo il frastuono, il silenzio spettrale: fu solo qualche decina di secondi, ma ai sopravvissuti sembrò un’eternità. Poi iniziarono i lamenti, gli urli, le imprecazioni, chi poté si liberò da solo dalla morsa della neve e aiutò i compagni vicini. Si urlarono i nomi degli uni e degli altri. All’appello mancavano una quindicina di persone e così i sopravvissuti incominciarono il frenetico tentativo di tirare fuori i compagni, usando pale, bastoni e soprattutto le nude mani.
La slavina aveva travolto anche la linea e in ogni caso nessuno avrebbe potuto portare soccorso immediato, la vita dei sepolti dipendeva esclusivamente dal lavoro febbrile dei compagni.
Alcuni furono tirati fuori velocemente, i feriti furono portati nelle baracche che la slavina aveva risparmiato. Si accesero fiaccole, tutto attorno alla zona del disastro, uomini con le torce elettriche vagavano nella pineta, trafiggendola con lame di luce e urlando i nomi degli scomparsi.
Dopo i primi ritrovamenti, di quelli che erano rimasti in superficie, più nessuno rispose, ma mancavano ancora più di dieci uomini che sicuramente erano sepolti sotto metri di neve.
La fitta nevicata, il vento e i 400 metri di dislivello che separavano il cantiere “pozzo”, con quello base di Mua, impedì che qualcuno più in basso udisse le invocazioni di aiuto.
Fortunatamente il filo spezzato della linea, fu recuperato e ripristinato. Dopo qualche ora il primo allarme arrivò alla Mua: bisognava fare presto, vi erano dei feriti e più di dieci uomini erano sepolti sotto la neve e stavano morendo lentamente.
Gli uomini di Mua, si attaccarono a loro volta al telefono per segnalare la sciagura a Ceresole. Provarono una volta, due, tre, con rabbia crescente, battendo i pugni sul tavolo per la disperazione; ma la linea che aveva funzionato poco prima era divenuta improvvisamente muta, stroncata da un’altra valanga giunta fino al fondo valle.

Paolo Ansaldi, al pari degli altri, si era subito attivato cercando di essere utile, ma nulla potevano fare quel pugno di uomini, ora anche senza linea telefonica, se non tentare di raggiungere con gli sci Ceresole.
L’impresa non era facile, con un paio di metri di neve fresca e la tormenta che levava il fiato, senza contare i rischi delle slavine che continuavano cadere e quelle cadute che bisognava superare.
Paolo Ansaldi e l’amico Italo Roberi di Ceresole si scambiarono un’occhiata. “Andiamo noi “ dissero e corsero ad inforcare gli sci.
Paolo e Italo erano forti, e la giovane età li rendeva ardimentosi, anche più del dovuto.
Con l’affanno nel cuore i due si incamminarono verso Ceresole. Gli sci servirono più che altro a non sprofondare troppo nella neve, e la progressione era lenta. Spesso la neve cedeva sotto il loro peso e si trovavano immersi fino alla cintola, richiedendo un supplemento di energia per tirarsi fuori. Percorsero poche centinaia di metri, un minaccioso fruscio annunciò una slavina. Furono attimi di panico, immersi nel buio con la testa che scrutava convulsamente in ogni direzione per capire se essa li avrebbe travolti o se fosse passata vicino. Fortunatamente solo li sfiorò, passando davanti a loro e arrestandosi sulla sponda del lago.
Il cammino riprese e senza altri imprevisti, i due raggiunsero la chiesa, davanti la quale ripresero fiato. A Ceresole ebbero l’amara sorpresa di scoprire che anche Ceresole era isolata telefonicamente e che quindi bisognava raggiungere la Casa dell’AEM, più a valle, la quale era dotata di linea propria. L’amico Italo rimase in paese ad allertare le Autorità e Paolo proseguì solo.
Il tragitto ancora da compiere non era lungo, ma ancora pieno di insidie e la fatica, aumentata dall’ansia di arrivare poteva farlo cedere all’improvviso.

Erano le 6.30 del mattino quando Paolo giunse all’AEM e l’allarme scattò e da Torino, Ivrea e da Aosta partirono i soccorsi.
A Ceresole si formò una pattuglia di soccorritori, composta dai carabinieri della locale stazione ai quali si aggiunse il parroco e guidati da Paolo Ansaldi e Italo Roberi, giunse per prima sul luogo del disastro.
Intanto su al cantiere “pozzo” avevano estratto le prime salme, che erano state allineate sulla neve.
Fortunatamente dei 15 che erano rimasti sepolti, qualch’uno era stato estratto vivo.
Come il piccolo Carmelo Venneri, di 15 anni da Rogliano (Caserta) il più giovane operaio, che lavorava al cantiere assieme al padre Giacinto. Carmelo rimase diverse ore sepolto accanto al cadavere del padre, quando lo tirarono fuori raccontò: “ Dormivamo. Papà era nella cuccetta vicino alla mia, quando mi sono svegliato ero dentro la neve. La neve era d’appertutto. Faceva tanto freddo. Ho visto una mano, quella di papà, e lo tenuta stretta. L’ho chiamato, ma la neve mi entrava in bocca. Non ho capito, non ero più nella baracca, il mio papà non rispondeva. Non so quanto sono rimasto li. Ho scavato un po, finchè non ho raggiunto il corpo di papà che era a testa in giù. Ma aveva gli occhi chiusi.”
Anche Enrico Cavalli di 23 anni, nativo della provincia di Parma, venne ritrovato vivo, nella mattinata del giorno dopo, anche se seriamente ferito ad una spalla e con congelamenti di terzo grado. Così raccontò l’esperienza: Inizialmente abbiamo pensato che si fosse sfondato il tetto e che la neve che vi era sopra ci fosse caduta addosso. Vicino a me era sepolto Gino, un mio collega ed anche amico, come tutti gli altri che quella notte erano con noi. Per un po ci siamo parlati mentre eravamo lì sotto. Poi non ho più sentito nulla. Io sono svenuto, Gino era morto.” “Mi sono salvato perché le brande dove dormivamo mi sono venute addosso, creando attorno a me una specie di capanna nella quale potevo respirare”

Il giorno seguente i soccorsi arrivarono in massa, fu impiegato anche un elicottero, ma la tragedia si era ormai svolta. I morti furono 9 e 6 i feriti. Fu la più grave tragedia sul lavoro accaduta, nel dopoguerra, in Canavese. I giornali dell’epoca dettero grande risalto all’avvenimento interrogandosi se la tragedia si poteva evitare, se era giusto tenere decine di operai in inverno e in alta montagna dentro baracche di legno ed altro ancora. Purtroppo un’altra tragedia di proporzioni ancora più grandi accadde nei giorni seguenti: in Francia una diga cedette e la massa d’acqua sommerse la cittadina di Frejus provocando centinaia di morti. Il tragico fatto di Ceresole sparì dai giornali e fu presto dimenticato.
Paolo Ansaldi, questa estate ha voluto recarsi sul luogo dove più di cinquant’anni fa avvenne il fatto. Ha visitato gli impianti idroelettrici allora in costruzione e cercato inutilmente le tracce del baraccamento. La natura ha cancellato i segni della devastazione, niente che ricordi l’avvenimento, ma noi tutti dovremmo ricordarci di quegli uomini venuti da lontano per procurare il pane alle loro famiglie e a costruire per noi un futuro di progresso.

Per saperne di più.

Il Canavejs N°19. Aleardo Fioccone. Inverno del 1959. Tragedia del lavoro a Ceresole.
La Stampa 3,4,5,8 dicembre 1959
La Gazzetta del Popolo” 3,4 dicembre 1959
L’Unità, 3,4,5,9 dicembre 1959



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